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Dal metrò alla sala di incisione

Roberto Durkovic racconta la “favola” dei suoi musicisti tzigani

di Francesco Bernabini

da Città Meticcia n. 48 – giugno 2013

A chiudere la VII edizione del Festival delle Culture, domenica 9 giugno, saliranno sul palco dell’Almagià Roberto Durkovic e i Fantasiti del Metrò, con la loro “Favola Tzigana”. Con sette album all’attivo Roberto Durkovic ha messo in piedi uno dei rari progetti in cui musicisti italiani e rom hanno dato vita a un sodalizio artistico duraturo con un linguaggio originale in cui il cantautorato di scuola italiana attinge a piene mani da tutta la tradizione gitana e romanì. Una musica che viene dalla strada e che proprio dal vivo esprime tutta la sua potenzialità. Sono oltre 300 le date in giro per l’Italia per questa band, che nel 2009 ha anche vinto il Festival “La musica nelle aie”. Nel 2010 Durkovic ha vinto anche il Premio Suoni di Confine e la menzione speciale di Amnesty per l’album “Strade Aperte”.

Roberto, che spettacolo porterete al Festival delle Culture?

«Lo spettacolo che portiamo nasce da un lungo viaggio che è partito nel 1998, quando incontrai dei musicisti rom che suonavano nei vagoni della metropolitana di Milano. Rimasi folgorato. Per me fu come un deja-vù, mi portò indietro nel tempo, a quando da ragazzo ero andato alla ricerca di mio padre. Io vivevo in Italia con mia madre, lui a Bratislava, nella Cecoslovacchia comunista, da cui non poteva uscire. Lì non solo ho scoperto la bellezza dell’uomo che mi aveva messo al mondo, ma anche quella di un popolo estremamente colto. Amavano tantissimo la cultura italiana, la RobertoDurkovicletteratura, la pittura, la musica. Adoravano Verdi e facevano lunghe file per vedere le nostre Opere. Poi a Bratislava, e a Praga, dove stava mia nonna, sono stato io a innamorami della loro musica e in particolare nei ristoranti incontrai la musica dei rom, la musica tzigana, che non conoscevo, una musica strana, con i controtempo, molto teatrale, con quei visi sorridenti. E così sono diventato un abituè di quei concerti, ho cominciato a comprare dischi e a farmi una cultura di questa musica bellissima ».

E così con questo incontro in metropolitana hai rilanciato la tua passione…

«Sì. È iniziata un’avventura bellissima, una delle esperienze più belle della mia vita. Era un po’ che li inseguivo vagone per vagone, così un giorno li ho fermati e gli ho detto “anch’io sono un disgraziato come voi, potremmo fare qualcosa insieme”, così ci siamo conosciuti e gli ho dato il mio disco, che conteneva già sonorità dell’Europa dell’Est. Poi abbiamo cominciato a suonane insieme, fra un vagone e l’altro uscivamo all’aperto, ci mettevamo in un angolo e provavamo. Un mio amico giornalista un giorno scrisse un articolo su di noi, che venne letto dal capo della casa discografica Sar, con cui avevo inciso due dischi. Lui si disse interessato, ci chiese un demo e noi ci presentammo direttamente in studio, facemmo alcuni brani scritti da me con tutte le loro sonorità tzigane e da qui nacque il primo disco, Inciampo nel mare. Andò molto bene, stette in playlist della Rai per oltre due mesi».

 Che rapporto si è creato fra di voi?

«Un rapporto che va sicuramente al di là del legame artistico. Siamo diventati amici e sono diventato un loro punto di riferimento anche per tutta un’altra serie di problemi quotidiani. La loro vita all’inizio era molto difficile, venivano dalla Romania, non erano ancora cittadini dell’Unione, e non avevano i documenti. La polizia li fermava spesso ed è capitato più volte che gli abbiano sequestrato gli strumenti. Ma loro sono sempre andati avanti per la loro strada, non si sono mai persi d’animo, erano musicisti e pensavano sempre a suonare, a volte anche sette giorni su sette. A distanza di anni sono riusciti a farsi la loro vita, vivono di musica, hanno la loro casa, la loro macchina, la famiglia. E suonano, se non sono concerti sono feste di matrimonio, altrimenti suonano in strada».

E poi c’è il lavoro in studio…

«Certo, abbiamo appena finito di incidere il nostro quinto album insieme. Si chiama Accordiamoci e risente molto di accordiamociquesto periodo di grande crisi che stiamo vivendo. Affronto anche temi politici, cerco di comunicare alle persone l’importanza di partecipare come cittadini a migliore questa società, collaborando e aprendosi agli altri. È un lavoro con più collaborazioni, partecipano anche diversi giovani musicisti italiani e abbiamo messo insieme un disco ancora con più colori, perché ci spingiamo fino a sonorità come la bossanova o anche la musica irlandese».

Com’è possibile vivere di musica oggi?

«Noi ci riusciamo, ma è sempre più difficile. Non che fare il musicista sia mai stata una cosa facile. Ho sempre lavorato tantissimo, fin quando negli anni ottanta mi facevo la gavetta nei locali dei Navigli o a Brera. Oggi però si vendono sempre meno dischi e in generale girano molti meno soldi. Molti locali hanno chiuso e anche i Comuni hanno sempre meno da spendere per manifestazioni pubbliche. Conosco jazzisti straordinari che ormai suonano per 30, 40 euro a serata. Io sono un cantautore, però come gruppo abbiamo molte frecce al nostro arco. Siamo molto duttili e questo ci salva. Facciamo anche spettacoli da matrimoni, abbiamo un repertorio di oltre tre ore e non ci tiriamo indietro se c’è da suonare anche del tango, del flamenco o musica italiana».


«La cupola, simbolo di collaborazione»

Parla l’architetto Fabrizio Caròla, tra i pochi a utilizzare il compasso ligneo “africano”

di Monika Poznanska

da Città Meticcia n. 48 – giugno 2013

«Il mio modo di lavorare è basato sulla libertà, la libertà che mi do io stesso, la libertà che mi dà il committente, la libertà che mi danno le autorità per poter costruire. Ma la libertà è sempre condizionata dal rispetto che provo per l’ambiente e per le persone. Questo rapporto tra libertà e rispetto è importante per me, mi impedisce di fare danni e abusare della libertà».

È la filosofia di Fabrizio Caròla, architetto napoletano, da più di trent’anni impegnato in progetti di costruzione in Africa. A diciotto anni, il desiderio di evadere e di sperimentarsi, lo ha portato a Bruxelles dove ha completato la formazione, laureandosi alla Scuola superiore d’Architettura “La Cambre”. Dopo dieci anni trascorsi in Belgio ha deciso di ripartire: Marocco, Italia, Francia, Mauritania, per arrivare a Mali, il suo paese d’elezione. In Marocco ha partecipato alla ricostruzione post terremoto dell’ospedale di Agadir. In Mauritania ha realizzato il progetto più importante, il Kaedi Regional Hospital, per ilfabrizio-carola-africa-b quale, nel 1995, ha ricevuto l’Aga Khan Award for Architecture. In Mali ha scoperto e studiato l’architettura sub-sahariana. La sua è una vita piena e intensa e ora come afferma stesso architetto, sente il bisogno di restituire agli altri le sue scoperte e conoscenze. In occasione del Festival delle Culture di Ravenna grazie al progetto “Una Cupola per la Darsena”, tutti i cittadini possono partecipare ad attività esperimentali e formative e contribuire concretamente, mattone dopo mattone, alla costruzione di una casa cupola.

Partire per il continente africano all’inizio degli anni Settanta è stato per lei un caso o una scelta?

«È stato il desiderio di cambiare aria, di andare lontano dal grigio, dal freddo e dalla borghesia un po’ “pesante” che ho incontrato in Belgio. Per questo ho scelto l’Africa».

Le sue opere sono caratterizzate dall’utilizzo delle cupole, degli archi, guardandole si riconosce immediatamente la sua firma. Quanto la tradizione africana ha influenzato la sua espressione architettonica?

«È stata fondamentale! È stata una scoperta che ho fatto durante la progettazione dell’ospedale in Mauritania. Per prima cosa ho cercato di capire bene il contesto che mi circondava. La mia abitudine di fronte un progetto è quella di eliminare completamente la mia memoria riguardo l’architettura che conosco. Inizio da zero e mi concentro su tutti gli elementi che mi fornisce il luogo dove mi trovo per coglierli e utilizzarli. Questo modo di progettare mi permette di creare cose completamente nuove».

La sua ispirazione nasce quindi dall’osservazione attenta e incondizionata, dall’apertura totale verso la realtà e la tradizione del posto dove si trova?

«Esatto. Studio tutti i dati del luogo: il clima, le condizioni della vita, la storia, la qualità della manodopera, i materiali, i soldi a disposizione. E solo una volta che ho tutti questi dati comincio progettare. Senza nessun preconcetto».

Il materiale principale che lei utilizza è la terra…

«È proprio così. La terra è il materiale tradizionale africano, si trova dappertutto e costa poco, sotto forma di mattoni cotti diventa resistente all’acqua, quindi ideale per le costruzioni. Per me l’utilizzo del Fabrizio Carolacemento armato in Africa è ingiustificato. È un materiale d’importazione, molto caro e assolutamente non adatto al clima, nonostante ciò, molti africani si costruiscono le case in cemento perché è di moda, fa “europeo”, poi però dormono in giardino. Se non hanno un potente condizionatore, dentro quegli edifici non si respira dal caldo. Un altro materiale che ho smesso di utilizzare è il legno perché contribuisce alla desertificazione; uno dei grossi problemi dell’Africa».

Quale vantaggio porta la costruzione di cupole per abitazioni o edifici pubblici?

«Sono semplici, pratiche ed economiche. Funzionano benissimo anche nei progetti di autocostruzione. Per fare una casa come siamo abituati noi ci vogliono otto operazioni diverse con otto maestranze diverse. Per costruire la cupola, secondo il mio progetto, è sufficiente un operaio e un solo materiale: la terra».

Sembra una soluzione abitativa perfetta ma come è stata accettata dalle popolazioni africane?

«Solo negli ultimi anni hanno iniziato ad apprezzare questa architettura. Ma è normale, per comprendere una novità ci vuole tempo. Ancora molti africani sono propensi a considerare la casa fatta di cemento armato come la più prestigiosa per qualità e sicurezza. Inoltre molti architetti africani hanno studiato in Europa quindi, una volta tornati nel paese d’origine, tendono a riproporre i modelli appresi all’università».

Come è stato accolta questa architettura in Italia?

«La cupola a Ravenna è una delle prove che anche in Italia sto vincendo la mia battaglia. In più sono riuscito finalmente ad avere un’approvazione delle autorità per poter eseguire dei corsi formativi di costruzione delle cupole per le persone interessate, che partiranno ad agosto in provincia di Caserta. Noto crescente l’interesse da parte delle università, in particolare delle facoltà di architettura. D’altra parte non è un lavoro facile, mi rendo conto che per smontare un’abitudine ci vuole tanto tempo. Per penetrare negli animi ci vuole molta pazienza. Da secoli siamo abituati alle costruzioni con piani orizzontali, verticali e angoli retti e non è facile a cambiare. Ai tempi dei Romani l’utilizzo delle forme curve come archi e cupole era frequente, ma poi negli anni è stato quasi completamente dimenticato. Oggigiorno molti ingegneri non sanno neanche come calcolare una cupola».1832780

Lei invece, per costruire le cupole, utilizza uno strumento molto particolare: il compasso ligneo. Di che cosa si tratta?

«È un strumento in legno che ha origini nell’antica cultura edile nubiana. È stato riscoperto e valorizzato da Hassan Fathy, un architetto egiziano, e oggi sono uno dei pochissimi architetti nel mondo che lo conoscono e adoperano. Si usa nelle costruzioni delle cupole senza strutture di sostegno. In poche parole con solo un gesto del compasso si identifica l’inclinazione giusta del mattone e si costruisce il muro e il soffitto a forma di cupola».

Sembra che per lei la cupola abbia un significato che va oltre la sua funzione architettonica…

«Dopo aver costruito tante cupole ho scoperto che è una struttura che possiede un forte insegnamento sociale. La forza che ogni mattone è in grado di sostenere si espande su tutta la cupola. Ogni mattone trasmette il carico su quelli vicini. Nessuno è fondamentale, tutti sono indispensabili per far sì che la struttura sia stabile. È il principio di collaborazione opposto a quello della competizione. Ogni mattone collabora alla resistenza di tutta la struttura. È questo anche noi dovremmo adottare come il modo di vivere e come prototipo del nuovo sistema socio economico».


Acqua, elemento magico e vitale

Il Festival delle Culture 2010 è dedicato al tema dell’acqua. Pubblichiamo un articolo, sull’acqua nelle diverse culture della popolazione immigrata, appena uscito su Città Meticcia.

di Monika Poznanska

“Dalla terra/nasce l’acqua, dall’acqua nasce l’anima… / È fiume, è mare, è lago, stagno, ghiaccio e quant’altro. / È dolce, salata, salmastra, / è luogo presso cui ci si ferma e su cui ci si viaggia è piacere e paura, nemica ed amica / è confine ed infinito / è cambiamento e immutabilità ricordo ed oblio” da Eraclito.

L’Acqua è tutto, è trasversale, senza acqua la vita non può esistere. In molte culture e tradizioni, l’acqua è un elemento magico, misterioso, in grado di purificare e rigenerare luoghi o persone. Nelle religioni acquista inoltre caratteristiche di sacralità; in quella cristiana ed ebraica, durante il battesimo  vengono lavate via le colpe originarie,  invece nell’islam e nell’induismo l’acqua si utilizza per praticare le abluzioni e i bagni purificanti. Esemplare è la credenza induista secondo cui chi si immerge nel sacro fiume Gange, nel mese di Magha (gennaio-febbraio), “attinge purezza direttamente dal cielo.”    

Le  leggende e le credenze che si sono costruite attorno a fiumi, mari, sorgenti, pozzi si ricollegano spesso a forze occulte e presenze  misteriose come ninfe o sirene.  Alcune di loro si insidiano nel mondo reale grazie alla fantasia, a credenze religiose o semplici superstizioni. Qualche volta, strumentalizzate, diventano un’arma potente che favorisce azioni  criminali come il traffico di esseri umani o il genocidio.  Nel voodoo esiste una divinità che governa bellezza, ricchezza e amore: uno dei suoi nomi è Mami Wata. è rappresentata spesso come una sirena che vive nei fiumi e nei mari. Attraverso un rituale di sacrificio, la dea offre soldi, bellezza e successo, ma se le promesse fatte a Mami Wata non sono mantenute, allora scatta la sua vendetta e le conseguenze dell’ira divina sono terribili. Quasi tutte le donne vittime della tratta dalla Nigeria, prima di essere inserite nel mercato della  prostituzione, vengono sottoposte a riti voodoo durante i quali  devono promettere alla dea ubbidienza incondizionata alle proprie sfruttatrici, chiamate “Madame”. Per queste ragazze provare a uscire dal mondo della prostituzione significa non mantenere le promesse fatte a Mami Wata e non tutte sono pronte a rischiare. C’è chi ce l’ha fatta, come Sara, che non ci crede fino in fondo, ma anche lei, cristiana praticante, per sicurezza preferisce non avvicinarsi troppo ai corsi d’acqua. «Non mi piace andare al mare o al fiume, ho paura, meglio stare lontani da Mami Wata» dice. Mercy, anche lei nigeriana, racconta un’altra terrificante pratica legata alla dea, ancora diffusa tra le famiglie più povere negli stati Delta e Cross River. «Quando  una neonata compie sette giorni, i genitori la portano al fiume e poi per sette volte la immergono in acqua. Se la bimba torna in superficie tutte e sette le volte significa che appartiene ai genitori, se invece annega allora è di proprietà divina».

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Nashy: «Senza radici si perde l’identità»

Intervista al giovane rapper ravennate figlio di immigrati angolani

di Monika Poznanska
tratto da Città Meticcia
ottobre 2009

Vivono tra due terre ma non appartengono a nessuna delle due. Sono italiani ma non del tutto, sono stranieri ma solo in parte. Sono giovani, giovanissimi figli di immigrati, nati e cresciuti in Italia. Sono i ragazzi della seconda generazione che non accettano di essere chiamati “extracomunitari”, “immigrati”, “stranieri”. Condividono il percorso di crescita con i coetanei italiani, hanno gli stessi problemi adolescenziali, ma spesso devono anche subire atti di pregiudizio, ignoranza e razzismo. Vivono situazioni di disagio ed emarginazione a volte più dolorose dei propri genitori. Invece vorrebbero solamente essere accettati per quello che sono, senza dover fare finta, vorrebbero poter essere orgogliosi dellea propria diversità e crescere serenamente. Hanno diritto a una piena cittadinanza, ma soprattutto hanno diritto ad avere opportunità pari a quelle dei ragazzi italiani. Hanno bisogno di un futuro, hanno bisogno del riscatto sociale anche per ricambiare i sacrifici fatti dai propri genitori.
Antonio Di Stefano, in arte Nashy, “italiano di colore che dà colore all’italiano”, appena diciassettenne, emergente rapper ravennate di origine angolana, è una delle voci di questa generazione. “Il negro ha parlato” e le sue parole fanno “più male che le ferite”. Attraverso la spoken word tira fuori quello che ha dentro, parla di sè, racconta la vita sua e quella di altri ragazzi, non esita a riferire il suo dolore, le sue ansie. Emoziona, perché, dice: «Le emozioni sono come le persone, diventano importanti solo quando si incontrano».
Antonio, come è avvenuto il tuo incontro con il Rap?
«Mio fratello maggiore ascoltava questo genere musicale. Allora avevo otto anni e non capivo niente di quello che sentivo, ma dall’espressione della voce, dal modo aggressivo di “parlare” intuivo che doveva essere qualcosa di cattivo. E “cattivo” era proprio quello che mi si addiceva di più in quel periodo. Quello che mi esprimeva. Contemporaneamente ho iniziato a scrivere, per lo più inventavo le storie per avere qualcosa da raccontare quando ritornavo a scuola dopo le vacanze. I miei compagni avevano tante cose da dire, io invece niente, noi in vacanza non ci andavamo mai. Piano, piano ho iniziato a buttare giù anche i testi di canzoni rap. Mi sono accorto che a scuola non avevo problemi a mentire e a inventare storie, ma nel rap riuscivo ad esprimere solamente quello che provavo».
Nel pezzo “Non ti piaccio” parli del malessere di essere trattato da straniero e del bisogno di sentirsi accettato…
«Ho scritto quella canzone alcuni anni fa. Da allora sono cresciuto un po’ e ho capito alcune cose. Ma per molti versi il testo è ancora molto attuale per me. Ancora oggi in alcune situazioni mi sento escluso, ma quando ero piccolo ci soffrivo di più. Ricordo quando le prof a scuola mi chiedevano “Ti senti italiano, Antonio?”. Io rispondevo di no e loro cercavano di convincermi: “Sì invece, tu sei italiano, sei nato qua, vivi qua!” e paradossalmente quando io stesso iniziavo a credere nelle loro parole, immancabilmente mi facevano un’altra domanda: “Antonio, quando vai nel tuo paese?”. Ma allora, qual è il mio paese secondo loro?»
L’Angola è il paese dei tuoi genitori, ci se mai stato?
«Purtroppo non ne ho avuto la possibilità. Ma andare a trovare la mia famiglia in Angola è un obiettivo che mi sono posto e conto di farlo appena riuscirò a permettermelo. Vedere e conoscere l’Angola è un pezzo di me che manca. Mi sono imposto di imparare la lingua dei miei, ascolto le storie che mi racconta mio padre. Ma so che non basta. Credo che la vera vita sia là dove ci sono le proprie origini. Mi dispiace quando vedo i ragazzi nati in Italia rinnegare il paese di provenienza dei genitori. Vogliono essere solo italiani e questo è sbagliato».
Non sei del tutto italiano ma non sei nemmeno angolano, visto che siamo nell’era della globalizzazione ti piace la definizione “cittadino del mondo”?
«In verità sono straniero in tutti posti dove vado. Questa è la mia condizione».
Si può cambiare il mondo con la musica?
«Io ci spero. Ci ha già provato Bob Marley in passato, ci hanno provato in tanti ma c’è ancora molto da fare. Secondo me la musica deve avere un significato, portare un messaggio. Per esempio, c’è una canzone di un rapper francese che solleva il problema della discriminazione e del pregiudizio: dice di come spesso i neri si lamenti del razzismo dei bianchi, ma non riflettono su cosa succede quando portano un bianco a casa loro. I genitori non son affatto contenti e parlano della tradizione da rispettare. Tra tradizione e pregiudizio non sempre la differenza è così netta».
Vuoi dire che il cambiamento deve essere reciproco?
«Il fatto è che dobbiamo iniziare da noi stessi».
Ravenna è città d’arte, del mosaico, del Ravenna Festival, ma che cosa propone ai giovani?
«Niente. A Ravenna non c’è niente per i giovani. Non abbiamo un punto di riferimento. I ragazzi non sanno dove andare. Abbiamo bisogno di un posto dove conoscerci e capire che non siamo poi tanto diversi tra di noi anche quando abbiamo un diverso colore della pelle o una religione diversa. Se ci fosse un posto dove andare sarebbe veramente bellissimo».
Quale è il tuo rapporto con i coetanei italiani?
«Siamo ancora molto distanti. Forse dove andiamo noi (ragazzi “stranieri”) loro non vanno e dove vanno loro noi non andiamo. Ma la questione torna sempre alla mancanza di un posto di ritrovo per i giovani. Non esiste un posto dove possiamo incontrarci tutti…»
Ai concerti tuoi e del tuo gruppo partecipano però molti ragazzi italiani.
«Sono tutti ragazzi che hanno imparato a conoscerci. Solo di recente siamo riusciti ad avere contatti, è una cosa bella e spero che continui così…»
Cosa ti auguri per il tuo futuro?
«Spero di crescere ancora molto e di trovare qualcuno che riesca a darmi un appoggio al livello musicale. Vorrei riuscire a vivere con quello che mi piace fare e vorrei trasmettere un messaggio a tutti i ragazzi come me, stranieri che sono cresciuti qua. Voglio far loro capire che noi un giorno prenderemo la cittadinanza italiana, a 18 anni diventeremo cittadini ma non dobbiamo perdere le nostre origini. Rifiutando le proprie radici si perde l’identità. Si diventa solo una maschera priva di contenuto».

Il Socrate d’Albania – Intervista con Mirush Kabashi

di Alban Trongu
tratto da AlbaniaNews
martedì 30 giugno 2009 21:44

Albanianews ha incontrato Mirush Kabashi, noto artista albanese, ospite al Festival delle Culture di Ravenna nella serata dedicata all’Albania. Attore di teatro e cinema, professore dell’arte dell’interpretazione, Kabashi vanta all’incirca 100 ruoli nel teatro, 20 da protagonista nel cinema, e alcuni premi e riconoscimenti nazionali e internazionali. Negli ultimi anni ha messo in scena “La vera Apologia di Socrate” di Kostas Varnalis e “Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano” di Erich-Emmanuel Schmitt, due opere letterarie che ha proposto al pubblico albanese come monodrammi. Lo abbiamo intervistato proprio per capire i motivi che l’hanno spinto a scegliere queste due opere e parlarci della società albanese e della condizione del teatro in Albania.

Lei è un artista molto noto per il pubblico albanese, considerato che i nostri lettori sono anche italiani, ci può raccontare qualcosa di se? Chi è l’artista Mirush Kabashi, quali sono i momenti più importanti della sua vita e perché ha scelto di diventare artista?

Credetemi, non c’è cosa più difficile per l’uomo quando deve raccontare di se, sarebbe più facile parlare di qualcun’altro. Brevemente, sono figlio di una famiglia albanese. Mio padre è kosovaro, originario di Gjakova, mia madre di Durazzo, entrambi molto attaccati all’educazione e all’istruzione dei figli. Un desiderio, o meglio, un sogno di quella regione d’Albania (il Kosovo ndr) che ha avuto la sfortuna di rimanere fuori dai confini albanesi e voleva istruire i suoi figli in scuole in lingua albanese. Ricordo che durante l’infanzia ero appassionato di teatro e film. Adesso sorrido quando mi viene in mente che un film, ad esempio, l’Amleto l’ho visto più di 15 volte nelle posizioni più svariate, nei cinema invernali ed estivi, comunque ho sempre avuto il desiderio di guardare film, ammirare e discutere sugli attori protagonisti.

Invece l’avvicinamento all’arte dell’interpretazione è stato casuale. Certe volte capitano miracoli nella vita. Sono il terzo figlio della mia famiglia e kabashiall’epoca, secondo un criterio assurdo, il terzogenito non poteva essere ammesso all’università se la frequentavano i primi due. Considerato che avevo partecipato in alcuni festival delle scuole medie superiori ed ero stato individuato come studente con una certa predisposizione a diventare attore, mi è stata data l’opportunità di accedere al concorso di ammissione. Era l’unica opportunità che avevo, o studiavo per diventare attore, o rinunciavo all’università. Mio padre non era molto entusiasta ma l’hanno convinto i due fratelli maggiori. Mi sono preparato e ho vinto il concorso. In accademia sono stato uno studente medio ma ho avuto la fortuna di lavorare con docenti e registi illustri albanesi come Pirro Mani.

Comunque la vera scuola artistica e teatrale l’ho fatto a Durazzo. Una parte degli attori anche se non avevano studiato in accademia, erano veri maestri della scena, persone con una passione straordinaria e un talento immenso. In teatro abbiamo avuto la fortuna di lavorare anche con un albano-italiano, Nikolin Xhoja, attore ormai scomparso. Non esagero se lo definisco un talento internazionale che non ha avuto l’opportunità di esprimere a pieno le proprie doti artistiche per via delle condizioni e dell’isolamento del paese. Mi ricordo un suo ruolo al Matrimonio di Gogol. Sono convinto che se lo interpretava al Teatro Bolshoi di Mosca, la critica russa si sarebbe inchinata di fronte alla meraviglia interpretativa che Xhoja faceva solo sulla base dell’intuizione. In teatro sono cresciuto come attore, ho passato molte vicissitudini come altri miei colleghi, e successivamente ho interpretato nei film e negli spettacoli teatrali. Posso dire con convinzione che non ho temuto o evitato mai il lavoro in qualsiasi condizione. Quando si tratta di interpretare e avere l’opportunità del contatto con lo spettatore non mi sono mai tirato indietro, al contrario mi sono messo al gioco con coraggio. L’ho dimostrato anche stasera al Festival nel ramo della recitazione.

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Giovani pirati, all’arrembaggio!

da Città Meticcia – luglio 2009

All’interno del Festival delle culture 2009, una giornata di dibattito è stata riservata al tema della comunicazione e dei media. Nella mattinata di sabato 6 giugno, è stata così presentata la rete dei mezzi interculturali dell’Emilia Romagna e il Protocollo d’intesa firmato dai suddetti mezzi, Ordine dei giornalisti, Università e altri importanti enti pubblici sulla comunicazione e l’immigrazione. A seguire, i capiredattori dei tre quotidiani locali e di un settimanale (Ravenna&Dintorni) si sono resi disponibili per una tavola rotonda alquanto “animata”, anche grazie alla partecipazione del pubblico. Il pomeriggio è stato invece dedicato ai nuovi media delle giovani generazioni di cui pubblichiamo un resoconto, anzi un’analisi, di un testimone importante come Sun Wen-Long di Associna / Rete TogethER.

Ravenna, 6 Giugno 2009 – Ho assistito a qualche stralcio del dibattito svoltosi in mattinata presso il n° civico 2 di via Ponte Marino, quanto mi è bastato per capire che la situazione in Italia tende sempre ad arenare i piccoli vascelli: mentre i galeoni (i grandi media) fanno razzie di tesori umani (cuori e cervelli), noi piccoli editori e giornalisti “alternativi” ci troviamo in un buco di mare risucchiati in noi stessi, a lamentarci di come i cannoni e le ciurme avversarie difendano bene le loro roccaforti (i monopoli dell’informazione).

Mi rendo conto della metafora un po’ forte, ma è anche vero che raccontarci le nostre disgrazie e le note verità nelle poche ore in cui possiamo radunarci tra professionisti non migliorerà granché le nostre vite. Siamo i primi ad essere superinformati, a leggere le denunce del sito Occhio ai Media e a seguire i trafiletti di Italieni su Internazionale. Ma siamo anche gli ultimi testimoni interpellati.

Convegno dopo convegno sono sempre più convinto che questi momenti d’incontro debbano servire a metterci in rete e non a bisticciare tra noi: sfruttare il tempo prezioso per comunicare e attuare azioni comuni, allearci sotto un piano d’azione che ci convince. Le idee non ci mancano, siamo poveri economicamente ma ricchi di cultura, ma la paura e il timore di uscire allo scoperto e venir trucidati dalle sciabole degli scandali di cronaca nera ci fan tremare le gambe, rimanendo così rintanati in cambusa.

O forse no? I giovani generalmente sono quelli più irresponsabili, però sono aitanti e pieni di energie, non hanno pesi sulla coscienza o zavorre che li tengono attaccati a qualche scialuppa di salvataggio. Culturalmente possiamo crescere e imparare da chi ci ha preceduto, e in più possiamo far leva di quello che gli adulti han perso da tempo: la voglia di sognare, di sperare in un futuro migliore.

Aver rivisto gran parte della ciurma della gioventù emiliana-romagnola nel pomeriggio di quel sabato a Ravenna mi ha riempito di gioia; certo che questa è la miglior espressione del futuro dell’Italia da far veder al pubblico. Peccato che al termine di una giornata frenetica le luci del palcoscenico si eran già spente: i giornalisti (quelli veri!) sono tornati chini sui monitor per raccogliere le notizie del giorno, i cameraman han levato le tende dopo che Roland Sejko – il direttore del giornale in lingua albanese Bota Shqiptare – fa un riepilogo di questi 10 anni sofferti di giornalismo alternativo sempre sulla difensiva.

L’assenza di personaggi di valore tra la folla all’arrivo dei giovani è il riflesso della situazione odierna: i video e gli eventi che promuoviamo rimangono ancora in una cerchia ristretta di persone. Marwa Mahmoud di Mondinsieme sarcasticamente ha detto: “ce la cantiamo fra di noi”. È proprio così, ma non c’è da disperarsi: la buona notizia è che il ricambio generazionale è già pronto!

C’è Akio Takemoto e Crossing TV, la web-tv dei giovani che smuove il panorama bolognese per rompere la noia degli adolescenti (e non solo). C’è Youness Elorch che suda tra riprese, montaggio e interviste nel tirocinio ad è-Tv. Non è da meno la “velina/velata” Marwa, che dopo anni che scriveva via email per la pagina interculturale del Gazzettino di Reggio Emilia, entra in carne e ossa nella redazione con un’aura riformatrice da fiera femminista, smontando certezze, riaggiornando il lessico e incutendo un certo timore a quelli del gazebo della Lega Nord che doveva intervistare. A Rimini la Provincia e Icaro Tv armano di videocamere e addestrano giovani volenterosi per documentare tutto sulla loro vita, su come loro vivono realmente senza altri attori in mezzo.

Poi ci siamo noi, Rete TogethER, che oltre a far documentari e presiedere incontri con scuole e cittadini, cerchiamo di costruire ragnatele di relazioni, per non sentirci più isolati qui in regione e per emanciparci grazie all’aiuto reciproco; ci tiriamo fuori dalla melma che ci coprono addosso, ed emergiamo a galla con la grinta di una ciurma di pirati, ma con la trasparenza e la sincerità dell’acqua, puri delle nostre buone intenzioni.

In Italia la politica del fare sembra la risposta vincente alle ultime elezioni. Noi forse ne siamo una dimostrazione nel nostro piccolo. Chissà se verremmo giudicati con lo stesso metro, o verremo messi in fila sul trampolino dei prigionieri?!

Sun Wen-Long, Associna / Rete TogethER


“Vogliamo raccontare i fatti per cambiare il sentire comune”

 
Intervista a Gabriele Del Grande sulla frontiera libica, i respingimenti e le vittime del Mediterraneo
 
di Francesco Bernabini
  
da Città Meticcia – giugno 2009
 
Creatore del più vasto archivio giornalistico sulle vittime delle migrazioni, Fortress Europe, Gabriele Del Grande è stato ospite del Festival delle Culture di Ravenna. Il 5 giugno, per un’ora, in un dialogo con Giuseppe Faso, ha fatto in pubblico il suo lavoro di giornalista. Ha raccontato fatti. Fatti come le oltre 14mila persone morte negli ultimi dieci anni nel tentativo di raggiungere l’Europa, come la vendita di esseri umani ai trafficanti da parte della polizia libica, come i pescatori arrestati per aver tratto in salvo dei “clandestini”, o i pescatori che lasciano affogare dei “clandestini” per paura di essere arrestati, o le inumane condizioni delle carceri libiche per migranti che lui stesso ha visitato, o le violenze subite da uomini e donne, sempre in Libia, a lui personalmente raccontate.

Abbiamo ricontattato Gabriele Del Grande l’11 giugno, in occasione delle visita di Gheddafi a Roma. Fortress Europe è infatti il promotore, insieme ad Asinitas onlus e agli autori del film Come un uomo sulla terra (proiettato a Ravenna, ai giardini Speyer, il 3 giugno), della campagna nazionale “Io non respingo” contro il trattato Italia-Libia che si è tenuta dal 10 al 20 giugno.

Perché una mobilitazione contro la visita di Gheddafi?
Siamo partiti dalla documentazione raccolta da noi ed altre organizzazioni su quanto succede a chi viene respinto in Libia una volta intercettato nel Canale di Sicilia: stupri, pestaggi, torture operati dalla polizia libica nei campi di detenzione per chi è senza documenti, in parte finanziati dall’Italia e dall’Unione Europea. Questo è ciò che si nasconde dietro al trattato Italia-Libia. E per questo abbiamo chiesto a più associazioni e persone possibili di manifestare il proprio dissenso, in tutta Italia, sotto un unico slogan: Io nonbanner-respinti respingo. La risposta è stata ottima, con oltre un centinaio di iniziative in tutto il paese. Un numero importante perché mette in evidenza l’esistenza di una rete, una rete che esiste da tempo ma di cui gli stessi nodi non erano consapevoli di esserne parte. La stessa rete che ci ha permesso di organizzare oltre 250 eventi in due anni tra proiezioni di Come un uomo sulla terra e presentazioni di libri (Del Grande è autore di Mamadou va a morire, ndr).

Quindi c’è un forte tessuto civile, capace di mobilitarsi, ma allo stesso tempo tanta “gente” va in un’altra direzione, non vuole gli immigrati ed è favorevole ai respingimenti…
La gente si lascia trasportare da un clima politico e da un razzismo istituzionale che pervade il senso comune e che trova legittimità nella disinformazione. Noi speriamo che il sentire comune inizi a cambiare di fronte ad un’analisi di realtà. Noi vogliamo raccontare alle persone semplicemente la realtà, con un linguaggio che parta dalle storie delle persone, dalle singole esperienze. Oggi il vero deficit è che continua a mancare un appoggio politico. Noi possiamo denunciare le cose più aberranti e continuare allo stesso tempo a non avere nessun tipo di appoggio politico, né a livello nazionale né a livello europeo. Nessuno che si schieri politicamente per far contare queste notizie a livello decisionale. Del resto lo stesso governo Prodi firmò l’appello con la Libia e il Pd rivendica la paternità dei respingimenti in mare.

Tra l’altro gli stessi dati del Ministero dell’Interno parlano chiaro: chi arriva per mare rappresenta solo una minima parte degli ingressi irregolari.
Nonostante le leggi sull’immigrazione e i controlli militari, di fatto le frontiere sono già aperte. L’Europa gioca sull’immaginario collettivo: da anni ci raccontano che siamo circondati da 4 miliardi di straccioni pronti ad invaderci e per questo dobbiamo sorvegliare le nostre frontiere. La realtà non è così. La realtà è fatta di tante individualità che cercano di emigrare per cercare lavoro, e di tante altre che fuggono da guerre e persecuzioni. Solo una minima parte di queste parte per l’Europa. E nella maggior parte dei casi chi vuol venire in Europa in un modo o nell’altro ci arriva. Chi ha più soldi si compra un visto per turismo, chi ne ha meno si affida ai trafficanti e arriva per mare. Del resto praticamente non esiste un modo regolare per venire a vivere qua. Una volta giunti in Europa si fa finta di niente. Non c’è modo per regolarizzarsi. Quindi non si può godere dei diritti e ci si può sottrarre ai doveri. Bisogna ragionare su un’apertura e una gestione razionale della mobilità delle persone. Chi giunge in Europa deve avere la possibilità di regolarizzarsi. Tutti ne trarrebbero vantaggio.

All’interno di questo quadro è evidente che l’informazione gioca un ruolo centrale nella costruzione dell’immaginario collettivo anche rispetto all’immigrazione. Quanto è difficile oggi fare informazione?
Oggi sarebbe facilissimo informare, soprattutto grazie alle tecnologie a basso costo. In realtà il primo problema è l’autocensura degli stessi giornalisti intesa come quel meccanismo per cui l’ignoranza viene riversata in un servizio giornalistico. Un nodo problematico è nelle redazioni, dove dovrebbe essere organizzato il lavoro giornalistico. Non viene dato il tempo di lavorare sulle cose. Bisogna produrre una certa quantità di notizie e così la qualità, l’inchiesta, l’approfondimento, la verifica dei dati saltano completamente. La maggior parte dei giornalisti lavorano distrattamente, in modo superficiale, frettoloso e così si perde completamente la notizia. Allo stesso tempo si commette l’errore di inseguire la politica. Si insegue l’agenda politica. Se alla Camera si discute del Pacchetto Sicurezza e si dice che l’immigrato è pericoloso le redazioni cercheranno notizie di immigrati che hanno in quel giorno commesso dei reati e sicuramente li troveranno. Perché si collega a ciò che ha dichiarato il politico. È un esercizio della dimostrazione dell’ovvio, la dimostrazione di quello che viene dichiarato preventivamente dal politico. Dovrebbe essere l’inverso. Il giornalismo che racconta la realtà e detta l’agenda e la politica che è chiamata a rispondere a ciò che viene denunciato sulla stampa.

Tornando ai respingimenti. Tu hai visitato tutti i paesi della sponda meridionale del Mediterraneo. Esiste una differenza fra gli Stati che hanno aderito alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati e quelli che non l’hanno ancora sottoscritta?
La Libia è l’unico Stato fra quelli che ho visitato che non aderisce alla Convenzione di Ginevra. Però ha firmato la Convenzione dell’Unione Africana sui rifugiati che dovrebbe essere ancora più impegnativa. La differenza in realtà la fanno i regimi. L’esistenza o meno dello Stato di Diritto. L’Egitto, per esempio, ha firmato la convenzione di Ginevra, ma da quando c’è Mubarak sono camion5sempre in stato di emergenza. Lì la legge la fa la polizia. I tribunali non contano nulla. Non esistono dei limiti se si tratta di arrestare qualcuno che è immigrato illegalmente, di mantenerlo in detenzione per mesi o anni, di sparare a vista lungo la frontiera. Tutto ciò avviene perché nessuno risponde delle proprie azioni. Ogni paese fa caso a sé. Anche paesi nell’Ue, come la Grecia o Cipro, hanno dei livelli molto bassi di rispetto dei diritti umani. E sono proprio quei paesi in cui terminano le rotte dei profughi afgani, iraqeni o curdi.

Quindi l’unico problema non è quello di avere o meno sottoscritto la Convenzione di Ginevra o di ospitare l’Alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati…
Il discorso è più complesso. In Libia c’è l’Acnur che intervista molti profughi e che concede anche il riconoscimento dello status di asilo politico. Ma i documenti rilasciati dall’Acnur i poliziotti libici non li riconoscono. Nella maggior parte dei casi un rifugiato politico fermato in Libia viene incarcerato e poi espulso. Nei centri di detenzione amministrativa si può rimanere anche per due o tre anni. Dipende dai tempi di identificazione. Alla fine in Libia non fa quasi nessuna differenza essere riconosciuto rifugiato o meno. A Tripoli l’Acnur ha accesso ad alcuni campi di detenzione e riesce a fare un lavoro di riduzione del danno. Portano dentro medicine, vestiari, viveri. Questo però succede solo al nord. Al sud non ha accesso nessuno. Per arrivare ai centri di detenzione di Kufra ci vogliono due giorni di viaggio. Non è stato mai visitato da nessun organismo internazionale. Lì la gente muore in continuazione a causa delle violenze e delle condizioni sanitarie. L’Italia non può far finta di niente. Se ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra deve anche applicarla, perché è anche un obbligo dal punto di vista giuridico.


Cronache da un Festival

L’edizione appena conclusa della manifestazione dedicata alla Ravenna cosmopolita

di Tahar Lamri*

tratto da Città Meticcia – luglio 2009

È difficile raccontare a parole un festival a festival concluso. Ci vorrebbero immagini speciali in grado di rendere giustizia alle emozioni, di far rivivere ogni momento perché ogni momento vissuto durante quei giorni di inizio giugno è stato un momento di intensa emozione nel senso più etimologico del termine: emotus, emovere, ossia trasportare fuori, smuovere, scuotere.

Il Festival delle Culture 2009 si è concluso nei giardini della basilica di San Vitale nella notte del 17 giugno (in un evento organizzato all’interno del Ravenna Festival), con il coro della Chiesa Evangelica pentecostale di Ravenna, El-Shaddai Deliverance Gospel, in dialogo diretto con i canti ortodossi della Chiesa russa provenienti dall’interno della basilica, in mezzo a millecinquecento candele accese e un pubblico rapito. Questo è stato uno di quei momenti di trasporto indicibili.

Lo spirito o il senso del Festival si trova in questi momenti ad alto tasso emotivo: le mamme di Lido Adriano che offrono il pranzo ai presenti alla Festa della Repubblica il 2 giugno, le intense ore della pausa pranzo sull’erba della ex-scuola di mosaico, dopo la mattinata passata in compagnia di Goffredo Fofi, Marco Martinelli e Mandiaye N’Diaye. Gli amici Cristina e Amedeo arrivati appositamente da Genova, meravigliati di trovarsi lì fra amici. Giulia Enrica D’Ambrosio da Campobasso che tentava di spiegare ai francesi dell’Orpheline est une épine dans le pied quant’è lontana Campobasso da Ravenna e che tesse a sua volta nuove amicizie scoprendo anche lei Ravenna attraverso gli immigrati.

Chi racconta un evento deve necessariamente selezionare perché non è possibile raccontare tutto. Come non partire però dall’appassionante tessitura organizzativa con le sue imperfezioni o le sue mancanze nel cercare di dare una collocazione a ognuna delle oltre ottanta associazioni, di comunità straniere ma non solo, impegnate nel mondo dell’intercultura. Sarebbe bello stilare anche un semplice elenco delle associazioni coinvolte, ma avremmo già finito lo spazio per quest’articolo.

Questa edizione del Festival si caratterizza con l’introduzione di alcune giornate di riflessione, di mostre artistiche, di coinvolgimento di istituti scolastici, di momenti di presentazione di libri e cinema all’aperto. Giovedì 4 giugno studiosi e artisti di fama mondiale si sono dati appuntamento a Casa Melandri per parlare di maschere, porte e frontiere, in collaborazione con l’associazione Verde Salute che, in occasione del Festival, ha donato alla città la scultura dell’artista olandese Cornelis Rijken, un monolite in marmo di Carrara intitolato La porta del pensiero, collocata sul molo di Marina di Ravenna. La stessa associazione ha inoltre curato la mostra di Maschere africane, affiancate dalle maschere scolpite dal promettente artista Alessandro Mengozzi, e la collocazione lungo la città delle porte etniche di Giampaolo Masotti. Ci ha pensato invece l’Accademia delle Belli Arti a proporre, nella Chiesa di Santa Maria delle Croci, un’altra mostra di livello: Oralités, una serie di lavori degli allievi dell’Accademia che hanno sviluppato, appunto, il tema dell’oralità. Le giornate di confronto e dibattito, sempre a Casa Melandri, hanno inoltre visto protagoniste l’associazione Terra Mia, per un confronto aperto sul tema della mediazione culturale, e Città Meticcia, tra gli organizzatori di una giornata dedicata ai temi della comunicazione e dell’intercultura.

Tanti sguardi nuovi quindi nel Festival di quest’anno, tante aperture, tante novità. Novità culminanti domenica 7 nella presentazione della graphic novel di Davide Reviati Morti di sonno, fra le danze nigeriane degli Afesan e degli Ika, non certamente come intervallo ma come momento centrale anche fra le immigrazioni di ieri in un quartiere di periferia, il Villaggio Anic, e le immigrazioni di oggi. Ovvero il confronto fra culture e fra i vari strati della cultura.

Molte novità sono passate ovviamente attraverso la ricca partecipazione dei giovani.

Il Festival infatti, il 5 giugno, ha voluto appositamente aprire il week end di festa con le nuove leve: prima con la banda cittadina, un vero mix intergenerazionale, che ha percorso le vie della città fino all’Almagià, poi con la premiazione del concorso “Diversa-mente” che ha coinvolto nei mesi precedenti varie scuole di Ravenna, infine con un concerto fiume dove Nashy, stella del rap ravennate, ha accolto i MicMeskin e il pluripremiato Inoki.

Siccome l’ospite d’onore di quest’anno è stata l’Albania, il Festival, sabato 6 giugno, ha visto sfilare artisti albanesi di importanza internazionale: bastano i nomi Lili Cingu, Rexhep Celiku, Mirush Kabashi per far fremere il cuore di qualsiasi albanese e qualsiasi altro appassionato di ballo o teatro. Ma è stata con noi anche Fatime Ymeri, giovanissima stella nascente della canzone albanese, che non si è accontentata della sera di sabato, ma ha animato tutte le sere il ristorante “Shtepia Shqiptare” (Casa Albania), allestito per l’occasione dall’imprenditore Arijon Abdyli, lo stesso che ha generosamente proposto e offerto questi artisti al Festival, e che ha avuto inoltre l’onore di accogliere gli straordinari venticinque musicisti degli Spartiti per Scutari Orkestra coordinati e diretti dal maestro Bardh Jakova.

Ma gli artisti di fama internazionale intervenuti a Ravenna non sono stati solo albanesi. Basti dire che il giorno di apertura, il 30 maggio, ai Giardini Pubblici, si è esibito Wes Madiko accompagnato dai J. Mako, artisti camerunensi che si sono offerti per una serata di beneficenza in favore dell’orfanotrofio di Doualà, in un progetto di cooperazione lanciato dall’Associazione Il Terzo Mondo e adottato dal Festival delle Culture . Altri artisti provenienti dall’estero sono stati quelli del progetto europeo “Oralities”: Uxu Kalhus dal Portogallo, il coro delle voci bulgare del Folklore Song and Dance Ensemble di Sliven (Bulgaria) e da Ourense (Spagna) l’Asociacion Ourensà del Folclore Tradicional.

Infine è stato consegnato il Premio Intercultura Città di Ravenna, istituito già dalla prima edizione del Festival L’Essenza della Presenza del 2005. Il sanpietrino incastonato in una base in legno mosaicato (grazie alla creatività dei ragazzi di CittA@ttiva) è stato consegnato al Cospe, per la preziosa attività che da anni ha sviluppato per promuovere la comunicazione interculturale. Premiati con un attestato di riconoscimento anche l’associazione Agimi, per il lavoro costante che da anni svolge tra l’Italia e l’Albania, e i sindacati Cgil, Cisl e Uil per l’impegno contro il razzismo e la promozione della campagna antirazzista “Non aver paura”.

Difficile fare un bilancio “pacato ed equilibrato” per una manifestazione che nasce, prima di tutto, dalla passione e dalla generosità di chi ci lavora. Possiamo forse dire che l’emozione è stato il tema dominante di questa ma anche delle altre edizioni. La città ha saputo cogliere questa emozione e si è stretta attorno al Festival, chi seguendo la banda cittadina in bici o a piedi, chi facendone per qualche sera un luogo di incontro con gli amici, chi passando una sera “a dare un’occhiata” o chi, come il signore che mi ha fermato domenica alle 16.30, là fuori dall’Almagià mentre cercava “il venditore di strumenti musicali che c’era l’anno scorso”. E poi chi ha portato i bambini per assistere agli spettacoli dell’Atelier delle Figure di Cervia, e poi finiti gli spettacoli li ha lasciati giocare e correre dentro e fuori l’Almagià con altri bambini i cui genitori vengono dall’Albania, dal Senegal, dalla Nigeria o dal Marocco. E chi è venuto semplicemente a prendere una birra con noi. Di certo sono state migliaia le persone che hanno incrociato la Ravenna delle culture all’Almagià. Una sera di giugno di quest’anno.

*direttore artistico del Festival delle Culture 2009


Spartiti per Scutari Orkestra

di Darien Levani
tratto da AlbaniaNews
martedì 09 Giugno 2009 – 09:58

Bardh Jakova è una persona fortunata. Così, ci viene presentato l’ennesimo concerto, e non stento a crederci. Nipote di uno dei più grandi musicisti albanesi, Preng Jakova, il ragazzo è cresciuto di pane e musica.

Ed erano altri tempi, e per di più anche un altro paese dove la musica era Obbligo, Arte e Lavoro, e doveva anche diventare l’ennesima dimostrazione della potenza socialista contro quella degenerata decadente occidentale capitalista, fatta di chitarre elettroniche e altri strumenti del diavolo. Noi però avevamo la nostra, di musica, a differenza anche dei compagni yugoslavi, non sentivamo la necessita degli Who o degli Beatles.
E  il mezzo dubbio che mi viene ascoltando e che, chi sa che non avessero ragione, almeno per questa volta. È forse strano doversi trovare a Ravenna per riaprezzare la mia musica, per di più suonata da una ventina di stranieri, messi insieme da Bardh, un ragazzo gentile che incontriamo quasi distrutto dopo il concerto, ma che non per questo rinuncia ad un sorriso e a due chiacchere.

Davide Reviati, Morti di sonno, live@Almagià

Ultima serata all’Almagià per il Festival delle Culture. Si parte alle 20 con la presentazione di Morti di Sonno, la graphic novel di Davide Reviati appena pubblicata dalla Coconino. Davide Reviati dialogherà con Viola Giacometti e Angela Longo.

L’intervista a cura di Alessandro Fogli, da Ravenna&Dintorni (04.06.09)

Morti di sonno (Edizioni Coconino Press) è l’intenso e poetico romanzo a fumetti di Davide Reviati. Le storie di un gruppo di ragazzini di provincia, figli di operai, cresciuti all’ombra minacciosa del Petrolchimico: tra sogni, speranze, paure e interminabili partite di calcio. Un romanzo di formazione duro e intenso, poetico e struggente. Una graphic novel sul filo della memoria, che affronta con una narrazione cruda ed efficace temi come le morti bianche e la tossicodipendenza.
Reviati, quanto tempo le è occorso per completare Morti di sonno?
«Il lavoro è stato realizzato in un anno, però è una storia a cui stavo pensando da tanto tempo, perché è legata al villaggio Anic, il quartiere in cui ho sempre vissuto».
In che misura la sua vita fa parte della narrazione?
«La storia è dichiaratamente autobiografica ma non è un’autobiografia vera e propria. Ho lavorato molto sulla mia memoria e quella degli altri, ma per MortiDiSonno.cop.esec.FH11far venir fuori la verità occorre paradossalmente rimaneggiare e stiracchiare la memoria, che non è una mera serie di fatti e di ricordi. Insomma per arrivare alla verità occorre un artificio».
Cosa voleva raccontare con la sua graphic novel, qual era il messaggio che le premeva di più trasmettere?
«In realtà quello che volevo esattamente fare quando ho cominciato, non lo so. Però so cosa non volevo fare, ossia un “amarcord”, un “come erano belli i tempi andati” o un “come eravamo felici”. Insomma non volevo fare di questo lavoro un ricordo agiografico di un’età dell’oro. Ci tenevo a parlare della generazione degli anni ’70 e ’80, e di temi come la droga, l’Aids. Ci tenevo a ricordare, perché oggi c’è un’ansia di rimozione diffusa, anche al villaggio Anic. Però io abito ancora lì, e vedere oggi questa voglia di rimozione fa male; è come se ci fosse una fretta spasmodica di nascondere sotto il tappeto la polvere del tempo».
Uno spaccato di una generazione, insomma…
«Volevo dare una testimonianza di un periodo che ha avuto i suoi lati bui, ma nella quale c’era un’ansia vitale molto forte, che poi fatalmente si incanalava in un’autodistruzione, in un ribellismo quasi fine a se stesso che non aveva gli strumenti per capire dove direzionare una vitalità a tratti strabordante. La trovo una generazione simbolica di una dato sociale che non vedo più oggi. Quello che noto ora da osservatore esterno è un po’ un lasciarsi vivere, un accettare le regole imposte da qualcun altro – i modelli estetici, sociali. La trasgressione c’è ancora ma è un po’ come se fosse controllata. In questo senso i borderline, quelli che si giocano tutto, mi risultano più interessanti da indagare. Dunque mi sembrava utile, proprio in questo momento, ricordare la generazione descritta in Morti di sonno».
La storia, per come è disegnata e scritta, è perfettamente bilanciata tra la semplicità e la profondità. È stato deciso a priori o alla fine si è ritrovato un racconto così?
«Ho lavorato a questa storia con un sacco di suggestioni in mente, di ricordi, di appunti disarticolati, sparsi per le agende che mi porto sempre dietro, e non avevo una sceneggiatura prestabilita, procedendo di capitolo in capitolo, per avere un controllo a colpo d’occhio dell’insieme. Ho improvvisato molto, a volte partendo da un piccolo spunto a volte senza avere nulla in mente, ma questo probabilmente fa parte della mia natura, non riesco a lavorare se non partendo da un po’ di confusione. Questo però ha dei pregi, perché, se sei fortunato, si riesce a conservare una certa freschezza nel raccontare, una certa genuinità, ma anche dei difetti, come l’ansia perenne o il dover rimaneggiare la storia a ritroso per darle un filo che la tenga insieme. Che ne sia saltato fuori un racconto profondo mi rende davvero felice».


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