Il Socrate d’Albania – Intervista con Mirush Kabashi

6 Agosto 2009

di Alban Trongu
tratto da AlbaniaNews
martedì 30 giugno 2009 21:44

Albanianews ha incontrato Mirush Kabashi, noto artista albanese, ospite al Festival delle Culture di Ravenna nella serata dedicata all’Albania. Attore di teatro e cinema, professore dell’arte dell’interpretazione, Kabashi vanta all’incirca 100 ruoli nel teatro, 20 da protagonista nel cinema, e alcuni premi e riconoscimenti nazionali e internazionali. Negli ultimi anni ha messo in scena “La vera Apologia di Socrate” di Kostas Varnalis e “Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano” di Erich-Emmanuel Schmitt, due opere letterarie che ha proposto al pubblico albanese come monodrammi. Lo abbiamo intervistato proprio per capire i motivi che l’hanno spinto a scegliere queste due opere e parlarci della società albanese e della condizione del teatro in Albania.

Lei è un artista molto noto per il pubblico albanese, considerato che i nostri lettori sono anche italiani, ci può raccontare qualcosa di se? Chi è l’artista Mirush Kabashi, quali sono i momenti più importanti della sua vita e perché ha scelto di diventare artista?

Credetemi, non c’è cosa più difficile per l’uomo quando deve raccontare di se, sarebbe più facile parlare di qualcun’altro. Brevemente, sono figlio di una famiglia albanese. Mio padre è kosovaro, originario di Gjakova, mia madre di Durazzo, entrambi molto attaccati all’educazione e all’istruzione dei figli. Un desiderio, o meglio, un sogno di quella regione d’Albania (il Kosovo ndr) che ha avuto la sfortuna di rimanere fuori dai confini albanesi e voleva istruire i suoi figli in scuole in lingua albanese. Ricordo che durante l’infanzia ero appassionato di teatro e film. Adesso sorrido quando mi viene in mente che un film, ad esempio, l’Amleto l’ho visto più di 15 volte nelle posizioni più svariate, nei cinema invernali ed estivi, comunque ho sempre avuto il desiderio di guardare film, ammirare e discutere sugli attori protagonisti.

Invece l’avvicinamento all’arte dell’interpretazione è stato casuale. Certe volte capitano miracoli nella vita. Sono il terzo figlio della mia famiglia e kabashiall’epoca, secondo un criterio assurdo, il terzogenito non poteva essere ammesso all’università se la frequentavano i primi due. Considerato che avevo partecipato in alcuni festival delle scuole medie superiori ed ero stato individuato come studente con una certa predisposizione a diventare attore, mi è stata data l’opportunità di accedere al concorso di ammissione. Era l’unica opportunità che avevo, o studiavo per diventare attore, o rinunciavo all’università. Mio padre non era molto entusiasta ma l’hanno convinto i due fratelli maggiori. Mi sono preparato e ho vinto il concorso. In accademia sono stato uno studente medio ma ho avuto la fortuna di lavorare con docenti e registi illustri albanesi come Pirro Mani.

Comunque la vera scuola artistica e teatrale l’ho fatto a Durazzo. Una parte degli attori anche se non avevano studiato in accademia, erano veri maestri della scena, persone con una passione straordinaria e un talento immenso. In teatro abbiamo avuto la fortuna di lavorare anche con un albano-italiano, Nikolin Xhoja, attore ormai scomparso. Non esagero se lo definisco un talento internazionale che non ha avuto l’opportunità di esprimere a pieno le proprie doti artistiche per via delle condizioni e dell’isolamento del paese. Mi ricordo un suo ruolo al Matrimonio di Gogol. Sono convinto che se lo interpretava al Teatro Bolshoi di Mosca, la critica russa si sarebbe inchinata di fronte alla meraviglia interpretativa che Xhoja faceva solo sulla base dell’intuizione. In teatro sono cresciuto come attore, ho passato molte vicissitudini come altri miei colleghi, e successivamente ho interpretato nei film e negli spettacoli teatrali. Posso dire con convinzione che non ho temuto o evitato mai il lavoro in qualsiasi condizione. Quando si tratta di interpretare e avere l’opportunità del contatto con lo spettatore non mi sono mai tirato indietro, al contrario mi sono messo al gioco con coraggio. L’ho dimostrato anche stasera al Festival nel ramo della recitazione.

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Giovani pirati, all’arrembaggio!

3 Agosto 2009

da Città Meticcia – luglio 2009

All’interno del Festival delle culture 2009, una giornata di dibattito è stata riservata al tema della comunicazione e dei media. Nella mattinata di sabato 6 giugno, è stata così presentata la rete dei mezzi interculturali dell’Emilia Romagna e il Protocollo d’intesa firmato dai suddetti mezzi, Ordine dei giornalisti, Università e altri importanti enti pubblici sulla comunicazione e l’immigrazione. A seguire, i capiredattori dei tre quotidiani locali e di un settimanale (Ravenna&Dintorni) si sono resi disponibili per una tavola rotonda alquanto “animata”, anche grazie alla partecipazione del pubblico. Il pomeriggio è stato invece dedicato ai nuovi media delle giovani generazioni di cui pubblichiamo un resoconto, anzi un’analisi, di un testimone importante come Sun Wen-Long di Associna / Rete TogethER.

Ravenna, 6 Giugno 2009 – Ho assistito a qualche stralcio del dibattito svoltosi in mattinata presso il n° civico 2 di via Ponte Marino, quanto mi è bastato per capire che la situazione in Italia tende sempre ad arenare i piccoli vascelli: mentre i galeoni (i grandi media) fanno razzie di tesori umani (cuori e cervelli), noi piccoli editori e giornalisti “alternativi” ci troviamo in un buco di mare risucchiati in noi stessi, a lamentarci di come i cannoni e le ciurme avversarie difendano bene le loro roccaforti (i monopoli dell’informazione).

Mi rendo conto della metafora un po’ forte, ma è anche vero che raccontarci le nostre disgrazie e le note verità nelle poche ore in cui possiamo radunarci tra professionisti non migliorerà granché le nostre vite. Siamo i primi ad essere superinformati, a leggere le denunce del sito Occhio ai Media e a seguire i trafiletti di Italieni su Internazionale. Ma siamo anche gli ultimi testimoni interpellati.

Convegno dopo convegno sono sempre più convinto che questi momenti d’incontro debbano servire a metterci in rete e non a bisticciare tra noi: sfruttare il tempo prezioso per comunicare e attuare azioni comuni, allearci sotto un piano d’azione che ci convince. Le idee non ci mancano, siamo poveri economicamente ma ricchi di cultura, ma la paura e il timore di uscire allo scoperto e venir trucidati dalle sciabole degli scandali di cronaca nera ci fan tremare le gambe, rimanendo così rintanati in cambusa.

O forse no? I giovani generalmente sono quelli più irresponsabili, però sono aitanti e pieni di energie, non hanno pesi sulla coscienza o zavorre che li tengono attaccati a qualche scialuppa di salvataggio. Culturalmente possiamo crescere e imparare da chi ci ha preceduto, e in più possiamo far leva di quello che gli adulti han perso da tempo: la voglia di sognare, di sperare in un futuro migliore.

Aver rivisto gran parte della ciurma della gioventù emiliana-romagnola nel pomeriggio di quel sabato a Ravenna mi ha riempito di gioia; certo che questa è la miglior espressione del futuro dell’Italia da far veder al pubblico. Peccato che al termine di una giornata frenetica le luci del palcoscenico si eran già spente: i giornalisti (quelli veri!) sono tornati chini sui monitor per raccogliere le notizie del giorno, i cameraman han levato le tende dopo che Roland Sejko – il direttore del giornale in lingua albanese Bota Shqiptare – fa un riepilogo di questi 10 anni sofferti di giornalismo alternativo sempre sulla difensiva.

L’assenza di personaggi di valore tra la folla all’arrivo dei giovani è il riflesso della situazione odierna: i video e gli eventi che promuoviamo rimangono ancora in una cerchia ristretta di persone. Marwa Mahmoud di Mondinsieme sarcasticamente ha detto: “ce la cantiamo fra di noi”. È proprio così, ma non c’è da disperarsi: la buona notizia è che il ricambio generazionale è già pronto!

C’è Akio Takemoto e Crossing TV, la web-tv dei giovani che smuove il panorama bolognese per rompere la noia degli adolescenti (e non solo). C’è Youness Elorch che suda tra riprese, montaggio e interviste nel tirocinio ad è-Tv. Non è da meno la “velina/velata” Marwa, che dopo anni che scriveva via email per la pagina interculturale del Gazzettino di Reggio Emilia, entra in carne e ossa nella redazione con un’aura riformatrice da fiera femminista, smontando certezze, riaggiornando il lessico e incutendo un certo timore a quelli del gazebo della Lega Nord che doveva intervistare. A Rimini la Provincia e Icaro Tv armano di videocamere e addestrano giovani volenterosi per documentare tutto sulla loro vita, su come loro vivono realmente senza altri attori in mezzo.

Poi ci siamo noi, Rete TogethER, che oltre a far documentari e presiedere incontri con scuole e cittadini, cerchiamo di costruire ragnatele di relazioni, per non sentirci più isolati qui in regione e per emanciparci grazie all’aiuto reciproco; ci tiriamo fuori dalla melma che ci coprono addosso, ed emergiamo a galla con la grinta di una ciurma di pirati, ma con la trasparenza e la sincerità dell’acqua, puri delle nostre buone intenzioni.

In Italia la politica del fare sembra la risposta vincente alle ultime elezioni. Noi forse ne siamo una dimostrazione nel nostro piccolo. Chissà se verremmo giudicati con lo stesso metro, o verremo messi in fila sul trampolino dei prigionieri?!

Sun Wen-Long, Associna / Rete TogethER


“Vogliamo raccontare i fatti per cambiare il sentire comune”

28 Luglio 2009
 
Intervista a Gabriele Del Grande sulla frontiera libica, i respingimenti e le vittime del Mediterraneo
 
di Francesco Bernabini
  
da Città Meticcia – giugno 2009
 
Creatore del più vasto archivio giornalistico sulle vittime delle migrazioni, Fortress Europe, Gabriele Del Grande è stato ospite del Festival delle Culture di Ravenna. Il 5 giugno, per un’ora, in un dialogo con Giuseppe Faso, ha fatto in pubblico il suo lavoro di giornalista. Ha raccontato fatti. Fatti come le oltre 14mila persone morte negli ultimi dieci anni nel tentativo di raggiungere l’Europa, come la vendita di esseri umani ai trafficanti da parte della polizia libica, come i pescatori arrestati per aver tratto in salvo dei “clandestini”, o i pescatori che lasciano affogare dei “clandestini” per paura di essere arrestati, o le inumane condizioni delle carceri libiche per migranti che lui stesso ha visitato, o le violenze subite da uomini e donne, sempre in Libia, a lui personalmente raccontate.

Abbiamo ricontattato Gabriele Del Grande l’11 giugno, in occasione delle visita di Gheddafi a Roma. Fortress Europe è infatti il promotore, insieme ad Asinitas onlus e agli autori del film Come un uomo sulla terra (proiettato a Ravenna, ai giardini Speyer, il 3 giugno), della campagna nazionale “Io non respingo” contro il trattato Italia-Libia che si è tenuta dal 10 al 20 giugno.

Perché una mobilitazione contro la visita di Gheddafi?
Siamo partiti dalla documentazione raccolta da noi ed altre organizzazioni su quanto succede a chi viene respinto in Libia una volta intercettato nel Canale di Sicilia: stupri, pestaggi, torture operati dalla polizia libica nei campi di detenzione per chi è senza documenti, in parte finanziati dall’Italia e dall’Unione Europea. Questo è ciò che si nasconde dietro al trattato Italia-Libia. E per questo abbiamo chiesto a più associazioni e persone possibili di manifestare il proprio dissenso, in tutta Italia, sotto un unico slogan: Io nonbanner-respinti respingo. La risposta è stata ottima, con oltre un centinaio di iniziative in tutto il paese. Un numero importante perché mette in evidenza l’esistenza di una rete, una rete che esiste da tempo ma di cui gli stessi nodi non erano consapevoli di esserne parte. La stessa rete che ci ha permesso di organizzare oltre 250 eventi in due anni tra proiezioni di Come un uomo sulla terra e presentazioni di libri (Del Grande è autore di Mamadou va a morire, ndr).

Quindi c’è un forte tessuto civile, capace di mobilitarsi, ma allo stesso tempo tanta “gente” va in un’altra direzione, non vuole gli immigrati ed è favorevole ai respingimenti…
La gente si lascia trasportare da un clima politico e da un razzismo istituzionale che pervade il senso comune e che trova legittimità nella disinformazione. Noi speriamo che il sentire comune inizi a cambiare di fronte ad un’analisi di realtà. Noi vogliamo raccontare alle persone semplicemente la realtà, con un linguaggio che parta dalle storie delle persone, dalle singole esperienze. Oggi il vero deficit è che continua a mancare un appoggio politico. Noi possiamo denunciare le cose più aberranti e continuare allo stesso tempo a non avere nessun tipo di appoggio politico, né a livello nazionale né a livello europeo. Nessuno che si schieri politicamente per far contare queste notizie a livello decisionale. Del resto lo stesso governo Prodi firmò l’appello con la Libia e il Pd rivendica la paternità dei respingimenti in mare.

Tra l’altro gli stessi dati del Ministero dell’Interno parlano chiaro: chi arriva per mare rappresenta solo una minima parte degli ingressi irregolari.
Nonostante le leggi sull’immigrazione e i controlli militari, di fatto le frontiere sono già aperte. L’Europa gioca sull’immaginario collettivo: da anni ci raccontano che siamo circondati da 4 miliardi di straccioni pronti ad invaderci e per questo dobbiamo sorvegliare le nostre frontiere. La realtà non è così. La realtà è fatta di tante individualità che cercano di emigrare per cercare lavoro, e di tante altre che fuggono da guerre e persecuzioni. Solo una minima parte di queste parte per l’Europa. E nella maggior parte dei casi chi vuol venire in Europa in un modo o nell’altro ci arriva. Chi ha più soldi si compra un visto per turismo, chi ne ha meno si affida ai trafficanti e arriva per mare. Del resto praticamente non esiste un modo regolare per venire a vivere qua. Una volta giunti in Europa si fa finta di niente. Non c’è modo per regolarizzarsi. Quindi non si può godere dei diritti e ci si può sottrarre ai doveri. Bisogna ragionare su un’apertura e una gestione razionale della mobilità delle persone. Chi giunge in Europa deve avere la possibilità di regolarizzarsi. Tutti ne trarrebbero vantaggio.

All’interno di questo quadro è evidente che l’informazione gioca un ruolo centrale nella costruzione dell’immaginario collettivo anche rispetto all’immigrazione. Quanto è difficile oggi fare informazione?
Oggi sarebbe facilissimo informare, soprattutto grazie alle tecnologie a basso costo. In realtà il primo problema è l’autocensura degli stessi giornalisti intesa come quel meccanismo per cui l’ignoranza viene riversata in un servizio giornalistico. Un nodo problematico è nelle redazioni, dove dovrebbe essere organizzato il lavoro giornalistico. Non viene dato il tempo di lavorare sulle cose. Bisogna produrre una certa quantità di notizie e così la qualità, l’inchiesta, l’approfondimento, la verifica dei dati saltano completamente. La maggior parte dei giornalisti lavorano distrattamente, in modo superficiale, frettoloso e così si perde completamente la notizia. Allo stesso tempo si commette l’errore di inseguire la politica. Si insegue l’agenda politica. Se alla Camera si discute del Pacchetto Sicurezza e si dice che l’immigrato è pericoloso le redazioni cercheranno notizie di immigrati che hanno in quel giorno commesso dei reati e sicuramente li troveranno. Perché si collega a ciò che ha dichiarato il politico. È un esercizio della dimostrazione dell’ovvio, la dimostrazione di quello che viene dichiarato preventivamente dal politico. Dovrebbe essere l’inverso. Il giornalismo che racconta la realtà e detta l’agenda e la politica che è chiamata a rispondere a ciò che viene denunciato sulla stampa.

Tornando ai respingimenti. Tu hai visitato tutti i paesi della sponda meridionale del Mediterraneo. Esiste una differenza fra gli Stati che hanno aderito alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati e quelli che non l’hanno ancora sottoscritta?
La Libia è l’unico Stato fra quelli che ho visitato che non aderisce alla Convenzione di Ginevra. Però ha firmato la Convenzione dell’Unione Africana sui rifugiati che dovrebbe essere ancora più impegnativa. La differenza in realtà la fanno i regimi. L’esistenza o meno dello Stato di Diritto. L’Egitto, per esempio, ha firmato la convenzione di Ginevra, ma da quando c’è Mubarak sono camion5sempre in stato di emergenza. Lì la legge la fa la polizia. I tribunali non contano nulla. Non esistono dei limiti se si tratta di arrestare qualcuno che è immigrato illegalmente, di mantenerlo in detenzione per mesi o anni, di sparare a vista lungo la frontiera. Tutto ciò avviene perché nessuno risponde delle proprie azioni. Ogni paese fa caso a sé. Anche paesi nell’Ue, come la Grecia o Cipro, hanno dei livelli molto bassi di rispetto dei diritti umani. E sono proprio quei paesi in cui terminano le rotte dei profughi afgani, iraqeni o curdi.

Quindi l’unico problema non è quello di avere o meno sottoscritto la Convenzione di Ginevra o di ospitare l’Alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati…
Il discorso è più complesso. In Libia c’è l’Acnur che intervista molti profughi e che concede anche il riconoscimento dello status di asilo politico. Ma i documenti rilasciati dall’Acnur i poliziotti libici non li riconoscono. Nella maggior parte dei casi un rifugiato politico fermato in Libia viene incarcerato e poi espulso. Nei centri di detenzione amministrativa si può rimanere anche per due o tre anni. Dipende dai tempi di identificazione. Alla fine in Libia non fa quasi nessuna differenza essere riconosciuto rifugiato o meno. A Tripoli l’Acnur ha accesso ad alcuni campi di detenzione e riesce a fare un lavoro di riduzione del danno. Portano dentro medicine, vestiari, viveri. Questo però succede solo al nord. Al sud non ha accesso nessuno. Per arrivare ai centri di detenzione di Kufra ci vogliono due giorni di viaggio. Non è stato mai visitato da nessun organismo internazionale. Lì la gente muore in continuazione a causa delle violenze e delle condizioni sanitarie. L’Italia non può far finta di niente. Se ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra deve anche applicarla, perché è anche un obbligo dal punto di vista giuridico.


Cronache da un Festival

27 Luglio 2009

L’edizione appena conclusa della manifestazione dedicata alla Ravenna cosmopolita

di Tahar Lamri*

tratto da Città Meticcia – luglio 2009

È difficile raccontare a parole un festival a festival concluso. Ci vorrebbero immagini speciali in grado di rendere giustizia alle emozioni, di far rivivere ogni momento perché ogni momento vissuto durante quei giorni di inizio giugno è stato un momento di intensa emozione nel senso più etimologico del termine: emotus, emovere, ossia trasportare fuori, smuovere, scuotere.

Il Festival delle Culture 2009 si è concluso nei giardini della basilica di San Vitale nella notte del 17 giugno (in un evento organizzato all’interno del Ravenna Festival), con il coro della Chiesa Evangelica pentecostale di Ravenna, El-Shaddai Deliverance Gospel, in dialogo diretto con i canti ortodossi della Chiesa russa provenienti dall’interno della basilica, in mezzo a millecinquecento candele accese e un pubblico rapito. Questo è stato uno di quei momenti di trasporto indicibili.

Lo spirito o il senso del Festival si trova in questi momenti ad alto tasso emotivo: le mamme di Lido Adriano che offrono il pranzo ai presenti alla Festa della Repubblica il 2 giugno, le intense ore della pausa pranzo sull’erba della ex-scuola di mosaico, dopo la mattinata passata in compagnia di Goffredo Fofi, Marco Martinelli e Mandiaye N’Diaye. Gli amici Cristina e Amedeo arrivati appositamente da Genova, meravigliati di trovarsi lì fra amici. Giulia Enrica D’Ambrosio da Campobasso che tentava di spiegare ai francesi dell’Orpheline est une épine dans le pied quant’è lontana Campobasso da Ravenna e che tesse a sua volta nuove amicizie scoprendo anche lei Ravenna attraverso gli immigrati.

Chi racconta un evento deve necessariamente selezionare perché non è possibile raccontare tutto. Come non partire però dall’appassionante tessitura organizzativa con le sue imperfezioni o le sue mancanze nel cercare di dare una collocazione a ognuna delle oltre ottanta associazioni, di comunità straniere ma non solo, impegnate nel mondo dell’intercultura. Sarebbe bello stilare anche un semplice elenco delle associazioni coinvolte, ma avremmo già finito lo spazio per quest’articolo.

Questa edizione del Festival si caratterizza con l’introduzione di alcune giornate di riflessione, di mostre artistiche, di coinvolgimento di istituti scolastici, di momenti di presentazione di libri e cinema all’aperto. Giovedì 4 giugno studiosi e artisti di fama mondiale si sono dati appuntamento a Casa Melandri per parlare di maschere, porte e frontiere, in collaborazione con l’associazione Verde Salute che, in occasione del Festival, ha donato alla città la scultura dell’artista olandese Cornelis Rijken, un monolite in marmo di Carrara intitolato La porta del pensiero, collocata sul molo di Marina di Ravenna. La stessa associazione ha inoltre curato la mostra di Maschere africane, affiancate dalle maschere scolpite dal promettente artista Alessandro Mengozzi, e la collocazione lungo la città delle porte etniche di Giampaolo Masotti. Ci ha pensato invece l’Accademia delle Belli Arti a proporre, nella Chiesa di Santa Maria delle Croci, un’altra mostra di livello: Oralités, una serie di lavori degli allievi dell’Accademia che hanno sviluppato, appunto, il tema dell’oralità. Le giornate di confronto e dibattito, sempre a Casa Melandri, hanno inoltre visto protagoniste l’associazione Terra Mia, per un confronto aperto sul tema della mediazione culturale, e Città Meticcia, tra gli organizzatori di una giornata dedicata ai temi della comunicazione e dell’intercultura.

Tanti sguardi nuovi quindi nel Festival di quest’anno, tante aperture, tante novità. Novità culminanti domenica 7 nella presentazione della graphic novel di Davide Reviati Morti di sonno, fra le danze nigeriane degli Afesan e degli Ika, non certamente come intervallo ma come momento centrale anche fra le immigrazioni di ieri in un quartiere di periferia, il Villaggio Anic, e le immigrazioni di oggi. Ovvero il confronto fra culture e fra i vari strati della cultura.

Molte novità sono passate ovviamente attraverso la ricca partecipazione dei giovani.

Il Festival infatti, il 5 giugno, ha voluto appositamente aprire il week end di festa con le nuove leve: prima con la banda cittadina, un vero mix intergenerazionale, che ha percorso le vie della città fino all’Almagià, poi con la premiazione del concorso “Diversa-mente” che ha coinvolto nei mesi precedenti varie scuole di Ravenna, infine con un concerto fiume dove Nashy, stella del rap ravennate, ha accolto i MicMeskin e il pluripremiato Inoki.

Siccome l’ospite d’onore di quest’anno è stata l’Albania, il Festival, sabato 6 giugno, ha visto sfilare artisti albanesi di importanza internazionale: bastano i nomi Lili Cingu, Rexhep Celiku, Mirush Kabashi per far fremere il cuore di qualsiasi albanese e qualsiasi altro appassionato di ballo o teatro. Ma è stata con noi anche Fatime Ymeri, giovanissima stella nascente della canzone albanese, che non si è accontentata della sera di sabato, ma ha animato tutte le sere il ristorante “Shtepia Shqiptare” (Casa Albania), allestito per l’occasione dall’imprenditore Arijon Abdyli, lo stesso che ha generosamente proposto e offerto questi artisti al Festival, e che ha avuto inoltre l’onore di accogliere gli straordinari venticinque musicisti degli Spartiti per Scutari Orkestra coordinati e diretti dal maestro Bardh Jakova.

Ma gli artisti di fama internazionale intervenuti a Ravenna non sono stati solo albanesi. Basti dire che il giorno di apertura, il 30 maggio, ai Giardini Pubblici, si è esibito Wes Madiko accompagnato dai J. Mako, artisti camerunensi che si sono offerti per una serata di beneficenza in favore dell’orfanotrofio di Doualà, in un progetto di cooperazione lanciato dall’Associazione Il Terzo Mondo e adottato dal Festival delle Culture . Altri artisti provenienti dall’estero sono stati quelli del progetto europeo “Oralities”: Uxu Kalhus dal Portogallo, il coro delle voci bulgare del Folklore Song and Dance Ensemble di Sliven (Bulgaria) e da Ourense (Spagna) l’Asociacion Ourensà del Folclore Tradicional.

Infine è stato consegnato il Premio Intercultura Città di Ravenna, istituito già dalla prima edizione del Festival L’Essenza della Presenza del 2005. Il sanpietrino incastonato in una base in legno mosaicato (grazie alla creatività dei ragazzi di CittA@ttiva) è stato consegnato al Cospe, per la preziosa attività che da anni ha sviluppato per promuovere la comunicazione interculturale. Premiati con un attestato di riconoscimento anche l’associazione Agimi, per il lavoro costante che da anni svolge tra l’Italia e l’Albania, e i sindacati Cgil, Cisl e Uil per l’impegno contro il razzismo e la promozione della campagna antirazzista “Non aver paura”.

Difficile fare un bilancio “pacato ed equilibrato” per una manifestazione che nasce, prima di tutto, dalla passione e dalla generosità di chi ci lavora. Possiamo forse dire che l’emozione è stato il tema dominante di questa ma anche delle altre edizioni. La città ha saputo cogliere questa emozione e si è stretta attorno al Festival, chi seguendo la banda cittadina in bici o a piedi, chi facendone per qualche sera un luogo di incontro con gli amici, chi passando una sera “a dare un’occhiata” o chi, come il signore che mi ha fermato domenica alle 16.30, là fuori dall’Almagià mentre cercava “il venditore di strumenti musicali che c’era l’anno scorso”. E poi chi ha portato i bambini per assistere agli spettacoli dell’Atelier delle Figure di Cervia, e poi finiti gli spettacoli li ha lasciati giocare e correre dentro e fuori l’Almagià con altri bambini i cui genitori vengono dall’Albania, dal Senegal, dalla Nigeria o dal Marocco. E chi è venuto semplicemente a prendere una birra con noi. Di certo sono state migliaia le persone che hanno incrociato la Ravenna delle culture all’Almagià. Una sera di giugno di quest’anno.

*direttore artistico del Festival delle Culture 2009


Spartiti per Scutari Orkestra

27 Luglio 2009

di Darien Levani
tratto da AlbaniaNews
martedì 09 Giugno 2009 – 09:58

Bardh Jakova è una persona fortunata. Così, ci viene presentato l’ennesimo concerto, e non stento a crederci. Nipote di uno dei più grandi musicisti albanesi, Preng Jakova, il ragazzo è cresciuto di pane e musica.

Ed erano altri tempi, e per di più anche un altro paese dove la musica era Obbligo, Arte e Lavoro, e doveva anche diventare l’ennesima dimostrazione della potenza socialista contro quella degenerata decadente occidentale capitalista, fatta di chitarre elettroniche e altri strumenti del diavolo. Noi però avevamo la nostra, di musica, a differenza anche dei compagni yugoslavi, non sentivamo la necessita degli Who o degli Beatles.
E  il mezzo dubbio che mi viene ascoltando e che, chi sa che non avessero ragione, almeno per questa volta. È forse strano doversi trovare a Ravenna per riaprezzare la mia musica, per di più suonata da una ventina di stranieri, messi insieme da Bardh, un ragazzo gentile che incontriamo quasi distrutto dopo il concerto, ma che non per questo rinuncia ad un sorriso e a due chiacchere.

Martedì 7 luglio – T.P. Africa Ensemble live@Palazzo San Giacomo, Russi (RA)

22 Giugno 2009

Associazione culturale La Favela Chic
in collaborazione con: Comune di Russi e Africa Wallai Records
presenta

T.P. Africa Ensemble in concerto
concerto di musica malinke


Madya Diebate (Senegal) - kora, voceconcerto
Omar Suso (Gambia) - kora, voce
Naby Camara (Guinea) - balafon, voce

Martedì 7 luglio 2009, ore 21

Palazzo San Giacomo

Russi (Ravenna)

ingresso gratuito

info: 333.8560817

“È un’idea semplice, far suonare assieme i migliori musicisti africani residenti in Italia. In tal modo si può offrire buona musica dell’Africa a un prezzo ragionevole, perché portare musicisti dall’Africa costa caro, non c’è nessuna certezza di ottenere i visti necessari e in Italia non si riesce a trovare quasi nessuno disposto ad imbarcarsi in una simile impresa.” da T.P. Africa, continua a leggere

link utili:
la favela chic
borguez
t.p.africa


20 giugno – Giornata mondiale del rifugiato a Ravenna

16 Giugno 2009

Il 20 giugno, sabato, i richiedenti asilo e rifugiati di Ravenna, insieme ai membri del Centro sociale la Quercia e ai rappresentanti dei cittadini stranieri di Ravenna (e a tutte le persone italiane e straniere che vorranno partecipare)celebreranno insieme la Giornata mondiale del rifugiato con una cena afro-romagnola seguita da musica e parole.

Dove: Centro sociale La Quercia (open air), Piazza Medaglie d’Oro (Ravenna)

Cena ore 20.00

Menù

Garganel cun e ragù ad varduri – Garganelli con il sugo di verdure

Boulette de viande au piment – Polpette di carne bovina speziata

Planteins Fries – Platani fritti (banane salate)

Igname Fries avec le mouton – Igname fritto con montone

Bignè de Maïs – Bignè di Mais

Brouchette de viande au piment – Spiedini di vitello speziati

Poisson braisé – Pesce alla brace

Poulet rôti avec pommes de terre – Pollo arrosto con patate

Plat légumes avec cous cous algerienne – Piatto a base di legumi accompagnato da cous cous algerino

Oeuf brisé – Uova bollite

Par finì: na bela insalèda – Insalatona.

E pù cafè e ‘maza-cafè

Nel dopocena: informazione, poesie, canti e infine…

Afro-disco con il dj Adam, specialità Makossa

Un evento organizzato da: associazione Città Meticcia, Centro Sociale la Quercia, in collaborazione con Sprar Ravenna, Comune di Ravenna, Rappresentanza dei cittadini stranieri di Ravenna, Compost Creativo, Casa delle Culture, Progetto regionale asilo.

Per partecipare alla cena è obbligatoria la prenotazione via mail: c.meticcia@racine.ra.it

Quota 10 euro. Posti limitati.

Il dopocena è aperto a tutti.


Voci nella preghiera – Ravenna Festival – mercoledì 17 giugno

13 Giugno 2009

Il Festival delle Culture sbarca al Ravenna Festival mercoledì 17 giugno in “Voci nella preghiera”. Dalla ore 21, nei giardini della straordinaria Basilica di San Vitale, le comunità ravennati di orgine straniera incontreranno grandi poeti, scrittori, musicisti, filosofi per unirsi nel canto comune della preghiera. Sotto la regia di Cristina Mazzavillani Muti interverranno Massimo Cacciari, Sœur Marie Keyrouz, Naseer Shamma, Tahar Lamri, Sidh, Hossein Mohammadzadeh.

dal catalogo di Ravenna Festival

“…c’è un luogo. Incontriamoci là. Partendo da un verso di Gialâl ad-Dîn Rûmî, probabilmente il più grande poeta mistico di tutti i tempi, “Voci nella preghiera” intende essere un momento di incontro e di ascolto (anche nel senso evangelico del termine) di voci in preghiera, estatiche, nelle quali si insinuano la parola e il pensiero del filosofo Massimo Cacciari. Parole e canti che avvolgono e trascinano in un turbine, come il vento del deserto.sanvitale_esterno_1110366567 Quel deserto da cui sono nate le tre grandi religioni del Libro che proprio qui, in quello che è uno dei luoghi più emblematici di una antica e ancora oggi possibile comunione tra oriente e occidente (San Vitale), si incontreranno assieme a genti, popoli, dispersi, etnie, ordini e congregazioni o semplici individui di buona volontà. In-canto di voci sparse che insieme si elevano per piegare l’orecchio di Dio.”

Ingresso libero


10 Giugno 2009
di Gianluca Costantini

di Gianluca Costantini


Mercoledì 10 giugno: IO NON RESPINGO

8 Giugno 2009

Manifestazione nazionale a Roma e oltre 50 appuntamenti in tutta Italia per dire no ai respingimenti. Promossi dall’osservatorio sulle vittime delle migrazioni FORTRESS EUROPE.

Per rispondere alla visita di Gheddafi in Italia abbiamo lanciato un appello di mobilitazione nazionale, per dire no ai respingimenti e al Trattato Italia-Libia. La risposta è stata altissima. Dal 10 al 20 giugno, la rete spontanea nata intorno a “Fortress Europe”, a “Come un uomo sulla terra” e all’associazione Asinitas Onlus, è riuscita ad organizzare 55 eventi in 35 città italiane per dire “Io non respingo”. Maroni prenda nota. È il benvenuto che una parte sana dell’Italia riserva alla visita del dittatore libico Gheddafi. Manifestazioni, presìdi, dibattiti e proiezioni del film. Da Cagliari a Milano, da Agrigento a Varese. Conosciamo quale destino attende gli emigranti e i rifugiati respinti al largo di Lampedusa e imprigionati in Libia. E non possiamo rimanere indifferenti

A coronamento di tutto ciò, abbiamo indetto una grande manifestazione il 10 giugno a Roma in Piazza Farnese. A partire dalle 18:00, proprio nelle stesse ore in cui Gheddafi sarà ricevuto dal premier a Palazzo Chigi. Alterneremo reading di testimonianze sulla Libia a poesie, intermezzi musicali a momenti di informazione e di riflessione. Ci saranno Ascanio Celestini, Andrea Satta, il coro multietnico Casilino 23, Moni Ovadia, Andrea Pandolfo, Monserrat, Igiaba Scego, gli studenti della scuola di italiano Asinitas e altri scrittori, giornalisti, e attori teatrali. Fortress Europe mostrerà al pubblico le foto scattate nei campi libici. Sempre in piazza Farnese, alle 21.00 proietteremo all’aperto il documentario “Come un uomo sulla terra”, con la presenza degli autori. All’iniziativa ha aderito Amnesty International – sezione italiana.

 Il sit-in e la raccolta delle firme per la petizione sulla Libia, inizieranno a partire dalle 16:00, con un’iniziativa promossa dalle scuole di italiano Asinitas Onlus, Associazione Comboniana Servizio Emigranti, Insensinverso, Cotrad Didattica Teatro, Focus Casa dei Diritti Sociali, Di 28 ce n’è 1. 

Questa e-mail arriverà a 30.000 persone in tutta Italia. Chiediamo ad ognuno di voi di partecipare numerosi a queste giornate di mobilitazione, nate in modo spontaneo da una ricca rete di associazioni e individui che resistono quotidianamente all’imbarbarimento della civiltà giuridica e umana di questo paese.

La campagna IO NON RESPINGO è promossa da Fortress Europe, dall’associazione Asinitas Onlus, dagli autori di “Come un uomo sulla terra” (Andrea Segre, Riccardo Biadene e Dagmawi Yimer). Per aderire alla campagna: gabriele_delgrande@yahoo.it

Per maggiori informazioni http://fortresseurope.blogspot.com